04 luglio 2013

La pitonessa avvinta




di Iva Testa 

Forse per la prima volta sul nostro blog parliamo un pò male di  una donna. E' Daniela Santanché, candidata, tra mille difficoltà alla vicepresidenza della Camera dei deputati.

Daniela Santaché é una pasionaria di Silvio Berlusconi. Lo difende ovunque, con grinta, mosse audaci.. Non per niente la chiamano la pitonessa.

Ospite ambita delle trasmissioni televisive, urla, offende i giornalisti, difende sempre, evidentemente Berlusconi.. Gli deve senz'altro molto. Una rapida carriera politica che all'avida pitonessa piace molto.

Le piacciono anche i vestiti succinti, chiome con boccoli, orecchini vistosi....non molto adatti ad un vicepresidente della Camera, anche se lei sa cambiare per l'appunto pelle e magari vestire come una collegiale.  Non siamo moraliste, ma la Santanché non é, secondo noi, la candidata giusta.

In questi giorni si va avanti per  le elezioni, con i rinvii  decisi dall'amico Brunetta. Riuscirà la pitonessa a sedersi sull'ambito scranno? Staremo a vedere. Le amiche di Berlusconi vengono ricompensate in tanti modi..Se non ce la facesse, certamente troverà da fare..

Non é donna da tirarsi da parte.. A noi piace poco questo modello. Essere amica di Berlusconi sembra non essere più un vantaggio..

30 giugno 2013

I CANNONI DI FRANCESCO


Quando a mezzogiorno, a Roma,  spara il cannone del Gianicolo per ricordare l’ora, lo sente solo chi  abita vicino. Non è la stessa cosa per il concorrente che si è affacciato da poco più di tre mesi, dall’altra  sponda del Tevere:  il cannone di Francesco, papa Jorghe Mario Bergoglio. Quando spara, il rumore non  arriva solo ai turisti, ma ovunque nel pianeta. E per farlo sentire bene, Francesco usa tutti i mezzi di amplificazione  a cominciare dal social network (Twitter, Facebook, ecc.) per finire con le dirette streaming, dove è andato e va ben oltre Grillo, non chiudendo a piacere  il rubinetto.

La carica dei pallettoni è davvero esplosiva: si tratta di una miscela a base di simboli, controsimboli,  e dottrina. Ad armarlo, la convinzione che “il male” stia invadendo il mondo a cominciare dalla sua stessa chiesa: “Tutti noi siamo peccatori. Ci conosciamo dal di dentro e sappiamo cosa è un peccatore. E se qualcuno di noi non si sente così, vada a farsi una visita dal medico spirituale, perché qualcosa non va”. Il passo dal peccato alla corruzione è breve. Secondo Bergoglio si tratta di un salto di qualità del peccatore che distaccandosi da Dio, si fa lui stesso Dio. A quel punto entra nella corruzione sua e del prossimo, e questo è il pericolo, spiega ancora il Papa perchè "nelle comunità cristiane - ma più in generale politiche (ndr) -  i corrotti pensano solo al proprio gruppo” e non al bene comune..
L’ultimo colpo di cannone, sparato lo scorso 24 giugno, si è sentito distintamente in tutte le cancellerie: religiose, laiche, politiche, bancarie, mafiose e massoniche, insomma di potere, che hanno i loro uffici nella capitale e oltre. 
Non a caso il Fatto Quotidiano ha così titolato l'avvenimento: “Rivoluzione in Vaticano: c’è la commissione ad hoc per lo Ior” (la banca vaticana). Prosegue il quotidiano: “Papa Francesco commissaria lo Ior. Con un gesto assolutamente inedito nella storia della banca vaticana, Bergoglio, allo scoccare dei primi cento giorni di pontificato, ha istituito una Pontificia Commissione Referente sull’Istituto per le Opere di Religione. Il motivo, come recita un comunicato della Segreteria di Stato, “è il desiderio del Santo Padre di conoscere meglio la posizione giuridica e le attività dell’Istituto per consentire una migliore armonizzazione del medesimo con la missione della Chiesa universale e della Sede Apostolica”


D’altronde,  la banca vaticana, molte, troppe volte è rimbalzata alle cronache per scandali, accuse di riciclaggio, coinvolgimento in operazioni oscure come il crack del vecchio Banco Ambrosiano o l'inchiesta sulla maxi tangente Enimont., ecc. ecc.  Mai nessuno finora ci aveva messo mano, nemmeno il forte Giovanni Paolo II. 
A conferma ulteriore che non si scherza, la nomina a presidente della commissione di un noto salesiano riformatore,  il cardinale Raffaele Farina,  “il principale artefice dei grandi restauri che hanno cambiato volto, funzioni e stile alla storica Biblioteca Apostolica e all'Archivio segreto della Santa Sede. Lo affiancheranno, come ha scritto qualcuno, altri 4 moschettieri:  il cardinale Jean-Louis Pierre Tauran,  la professoressa Mary Ann Glendon (pizzico di quote rosa), come coordinatore monsignor Juan Ignacio Arrieta Ochoa de Chinchetru e nella qualità di segretario monsignor Peter Bryan Wells. Tarcisio Bertone, presidente dell’attuale Commissione Cardinalizia di Vigilianza dello Ior il cui  mandato è stato prolungato da Benedetto XVI, prima di lasciare il pontificato, fino al 2018, non vi fa parte. 
Il colpo è davvero forte, quasi assordante, è come se il presidente Letta mettesse sotto controllo e commissariasse la Banca d’Italia.   
Papa Francesco, uomo simpatico e ricco di ironia, precede e accompagna  i colpi più forti, con batterie apparentemente meno potenti di dottrina. “Le ricchezze e le preoccupazioni del mondo soffocano la parola di Dio e non la lasciano crescere. Si serve la ricchezza o si serve la preoccupazione, ma non la parola di Dio… Cosa fanno le ricchezze e cosa fanno le preoccupazioni? Semplicemente ci tolgono dal tempo, ci fanno dimenticare il passato, non accettare il presente e sfigurare il futuro …. Le ricchezze non si conservano dopo la morte, non ho mai visto un camion da trasloco dietro un corteo funebre, mai”,  “possiamo portare con noi,  solo un tesoro che nessuno può rapinare, che non è quello che hai risparmiato per te, ma quello che hai dato agli altri”.

                                                    

I colpi arrivano a segno perché sembra proprio che si faccia sul serio. D'altronde, Bergoglio pensa che la mutazione, il rinnovamento deve partire innanzitutto da se stessi: è la chiesa che deve cambiare se vuole cambiare:  le coscienze,  la morale, il mondo.  Come può un corrotto, ad esempio, portare onestà o un bugiardo, verità?  In genere poi si vuole sempre cambiare gli altri, persone o cose, mai se stessi.  
Come si sentirà il presidente Letta quando il 4 luglio incontrerà questo determinato  riformista vestito di bianco? Si sentirà giustificato nella cautela a causa della coalizione col Pdl? E' vero che il papa rappresenta una monarchia assoluta ed è quindi più libero, ma ha anche lui, non una coalizione ma un apparato di potere molto forte e molto potente contro cui è difficile combattere. 
Il fatto è che per Bergoglio,  “la vita cristiana non è stare in un angolo, tranquilli, a ritagliarsi una strada che porta comodamente in cielo, non è come stare seduti comodamente in salotto"  Il cristianesimo è un dinamismo che spinge a stare per la strada .... e  anche se "i filosofi dicono che la pace è una certa tranquillità, è un certo ordine… Quella non è la pace cristiana! La pace cristiana è una pace inquieta, non è una pace tranquilla" E lo zelo apostolico. "non è andare avanti per fare proseliti e fare statistiche: quest’anno sono cresciuti i cristiani in tal paese, in tal movimenti… Le statistiche sono buone, aiutano, ma non è quello che Dio vuole da noi…".
Per ora il cristiano Letta ha spostato ad ottobre il problema aumento o meno dell’Iva. Un provvedimento da annoverare  tra le riforme? “Eppur si muove” diceva Galileo,  ma al momento non si vede ancora. 

01 marzo 2013

POESIA ITALIANA & MUSICA GRECA & POESIA GRECA & MUSICA ITALIANA 4 MARZO A ROMA




di Grazia Gaspari

Per chi ama la poesia, la musica, le contaminazioni  e soprattutto si sente amico della Grecia, la professoressa Paola Maria Minucci,  titolare della cattedra di Lingue e letteratura neogreca della Sapienza Università  di Roma, ha organizzato  un interessante e stimolante evento per il 4 marzo.
Si tratta  di un incontro tra poeti e musicisti italiani, greci e ciprioti  sul tema: “Quando la poesia incontra la musica” che si terrà al Museo dell’Arte Classica (Gipsoteca) della Sapienza. 




“Cerco di rendere la mia cattedra viva – dice Paola Maria Minucci – vale a dire  una cattedra che lavora assieme agli studenti, un luogo  di formazione non di  mera fruizione di lezioni, un luogo in cui lavorare fianco a fianco, insieme. E poiché tra i miei studenti ci sono musicisti,  amanti della poesia, della pittura sono stati loro stessi ad avermi suggerito  un incontro del genere. 

Tra l’altro, proprio l’anno scorso abbiamo organizzato  al teatro Vascello di Roma, una serata con il famoso cantautore greco Dionissis Savopoulos,  “Il poeta che canta”,  amico di Frank Zappa e Bob Dylan e di Lucio Dalla, risultato conclusivo di una seminario di traduzione e adattamento musicale in italiano dei suoi testi. Fu una serata indimenticabile. Savopoulos cantò insieme ai miei studenti in un toccante dialogo  greco-italiano. “Quando la poesia incontra la musica”  è in un certo senso la continuazione di quella serata”

L’iniziativa è anche il tentativo di dare visibilità alla Grecia, alla Grecia  bella e buona, culla di civiltà e di creatività,  che continua a esistere nonostante la crisi”. 


Anche  la mostra dedicata ad Emanuele Grassi, bravissimo grafico italiano scomparso recentemente, che arricchisce ulteriormente l’iniziativa, testimonia della stima,  dell’amicizia del nostro paese alla Grecia. 

Come  scrive l’architetto Cosimo Gentile, che ha messo a disposizione le opere affidategli da Emanuele Grassi in nome di un’antica amicizia,  la Grecia è il  luogo che ha ispirato  “ la sua produzione pittorica”.


Tra i nomi di prestigio che rappresentano la componente greca: i poeti Michalis Ganàs (La Grecia, sai…, Donzelli Editore), Michalis Pierìs (Metamorfosi di città) e i musicisti Nikos Xidakis e Kostas Vòmvolos, il sassofonista Dimitris Choundìs. Canteranno due rinomati interpreti: Mania Papadimitriou e Christina Pierì.

Tra gli italiani: Elio Pecora poeta, scrittore, saggista e critico letterario e  Tullio Visioli, compositore, flautista e cantante: “da tempo desideravo collaborare con Elio Pecora – dice -  di cui  ammiro l’eleganza del verso, il garbato umorismo o la ritmica drammaticità e la sua capacità di educare sapientemente il pensiero attraverso l’agire poetico. Per questo sto mettendo in musica una sua raccolta di poesie inedite (Poesie Bambine), che presenterò in parte in questa occasione”
  

Tullio Visioli, da sempre interessato al rapporto tra la poesia e la musica, ha  lavorato soprattutto sui poeti italiani, come Aldo Palazzeschi e Alfonso Gatto.



“Certamente la passione che ci accomuna e ancor di più il clima di ‘piacevolezza’ ci fa convergere verso questa iniziativa – spiega ancora Visioli - a più voci e a più registri. Si tratta di arti consolidate dalla storia e dalla tradizione, ma  qualcosa di analogo dovrebbe avvenire costantemente in tutti i campi del sapere, per farci comprendere che a volte, una parola di poesia o una frase musicale può darci molta più luce, emozione e calore di qualsiasi artificio confezionato dalla società dei consumi. E il parallelo Italia – Grecia – Cipro non manca certo di fascinazione, soprattutto per me che sarò partecipe per ascoltare e imparare con passione”

19 febbraio 2013

LA FORZA DELLO SPIRITO





Le dimissioni di Papa Benedetto XVI determineranno un futuro inedito per la chiesa cattolica a cominciare dal prossimo conclave.  Pubblichiamo pertanto una serie di riflessioni sul tema.


di Rita A. Cugola  (http://www.rita-madwords.blogspot.it/) 


Che l'abdicazione di papa Benedetto XVI rappresenti un evento storico della nostra epoca è un fatto incontestabile. Che invece le motivazioni alla base di un gesto così eclatante possano derivare dalle  difficoltà proprie dell'esistenza  è invece del tutto opinabile.

Voler credere che  il pontefice sia stato indotto a lasciare la guida della Chiesa per ragioni esclusivamente legate alla  stanchezza fisica, all'età avanzata e al precario stato di salute è semplicemente insistere nel tentativo di banalizzare una vicenda che dovrebbe invece indurre a profonde riflessioni.


Da tempo in subbuglio tra guerre intestine di potere, scandali di vasta eco (pedofilia dilagante), misteri irrisolti (ad esempio quello legato alla sparizione di Emanuela Orlandi, alla morte enigmatica di Giovanni Paolo I a soli 33 giorni dalla sua elezione al soglio petrino o all'assassinio nebuloso di Alois Estermann, Gladys Meza Romero e della guardia svizzera Cédric Tournay),  interessi politico-finanziari di portata immensa e malversazioni, il Vaticano  sembra aver gradualmente perso la connotazione religiosa che in quanto sede suprema della massima autorità spirituale del mondo cristiano sarebbe stato tenuto a incarnare agli occhi dei fedeli. 

Il papa stava infatti diventando più un capo di stato effettivo che un pastore di anime. Il confinre tra potere temporale e potere spirituale  si era terribilmente assottigliato, in un periodo di continui mutamenti in ogni ambito della vita umana. La Chiesa rischiava di perdere ulteriormente terreno sul piano della stabilità e questo avrebbe potuto avere ripercussioni mondiali non indifferenti dal punto di vista della propria credibilità. L'affaire dei documenti top secret trafugati dall'uffico papale, poi, non avev  certo contribuito ad allontanare la pericolosa e tremenda bufera sctenatasi all'ombra delle mura vaticane

Tra un riacceso bisogno di spiritualità e un laicismo dilagante occorreva dunque un polso di ferro autorevole. Occorreva una personalità immune alle pressioni esterne di lobbies o di opposte fazioni perennemente in lotta tra loro. Occorreva, insomma, la presenza di una figura di spicco capace di superare anche le peggiori espressioni di bieca materialità per ascendere alle più alte vette della consapevolezza, di sè, degli altri e soprattutto di Dio. 

Benedetto XVI non era forse riuscito ad  agire come avrebbe desiderato: troppi ostacoli sul suo cammino verso la Verità.

L'oggettività circostante era perciò giunta a rappresentare davvero un grosso rischio per l'integrità spirituale di un uomo di fede come lui, dedito allo studio e alla meditazione, così poco avverso ai richiami della  mondanità e alla superficialità di un contesto ormai irrimediabilmente corrotto.

Impotente a frenare la caduta dell'istituzione che simbolicamente incarnava nell'immaginario collettivo del suo popolo e nell'estremo sforzo di salvare se stesso e il futuro della chiesa, il papa ha preferito abdicare al mandato conferitogli il 19 aprile 2005, regalando all'umanità la possibiltà concreta di soffermarsi a riflettere sulla degenerazione di cui è divenuta preda, sotto il profilo sia  etico che sociale.
 
   L'eredità morale che si evince dalla decisione  - a lungo ponderata - di Benedetto XVI è importantissima e incommensurabiule, per tutti gli individui di buona volontà che saranno disposti ad accoglierla e a farla propria. Un'esistenza vissuta alla continua ricerca del benessere è destinata a creare un'insoddisfazione crescente e dunque una perenne infelicità; al contrario, uno stile di vita semplice, la capacità di sapersi accontentare di ciò che si possiede e di allontanarsi dalle tentazioni venali per ascoltare la voce dello spirito è qualcosa che può regalare grandi e durature soddisfazioni. 
   

12 febbraio 2013

SE LA TUNISIA AVRA' UN VOLTO DEMOCRATICO SARA' QUELLO DI BASMA: GRANDE NEL SUO DOLORE, DEGNITOSO NELLA SOFFERENZA, FIERO NEL SUA BATTAGLIA


da Tunisi,  Patrizia Mancini 

Basma Khalfaoui, la vedova di Chokri Belaid, il leader dell'opposizione laica  ucciso nei giorni scorsi, avvocatessa e militante dell’Association des femmes démocrates, è diventata in questi giorni il simbolo della resistenza tunisina contro la violenza politica e il tradimento delle istanze rivoluzionarie 



La sua immagine con il braccio alzato nel gesto della vittoria ha fatto il giro del mondo e rimarrà impressa per sempre nella memoria collettiva del popolo tunisino. Da due giorni Basma manifesta davanti alla sede dell’Assemblea Costituente tunisina per chiedere le dimissioni del governo la cui politica sulla sicurezza "a senso unico", ha  in qualche modo lasciato spazio alla violenza politica che ha raggiunto il suo apice con l’assassinio di Chokri Belaid. 


E oggi, 12 febbraio 2012, Besma ha portato la sua solidarietà a un’altra vedova, la signora Lazar, moglie dell’agente di polizia morto in circostanze poco chiare durante i disordini registrati all’indomani dell’uccisione del leader marxista. 



Ma l’avvenimento più straordinario di queste giornate tristi e turbolente è rappresentato senz’altro dalla partecipazione massiccia delle donne al corteo funebre e alla sepoltura di Belaid.  Infatti, contrariamente a quanto riportato da alcuni giornali italiani, come "La Repubblica", più della metà delle centinaia di migliaia di persone che hanno accompagnato la salma del militante assassinato erano donne che hanno tra l'altro rappresentato l’ala più combattiva e rumorosa della marcia verso il cimitero di Djallez, così come era già accaduto durante le manifestazioni contro Ben Alì. 

Tra l'altro, episodio insolito e del tutto straordinario rispetto alla tradizione del rito funebre musulmano che vuole le donne assenti alla preghiera nel giorno della sepoltura anche in caso di una sepoltura femminile, alle esequie hanno partecipato Basma e la figlia maggiore del leader assassinato.  

E a poco  servirà,  probabilmente,  il “richiamo all’ordine” del Ministro degli Affari religiosi Nourredine Khadmi che ha per l'appunto condannato come deviante ai precetti dell'Islam,  la presenza femminile al funerale. Infatti ha già risposto Hamma Hammami, portavoce del Fronte Popolare, che lo ha accusato di non essere credibile, dove era infatti quando in passato furono distrutti i mausolei dei santi tunisini e le copie del Corano in essi custoditi? Quei gesti vandalici e oltraggiosi non erano un affronto all'Islam?



Dunque una linea rossa è stata oltrepassata dalle donne in questi giorni. Non è stata la prima, certamente non sarà l’ultima. E’ innegabile  come altre azioni femminili abbiano segnato le vicende post rivoluzionarie e introdotto elementi di speranza e di  contraddizione nelle dinamiche sociali. Il 13 agosto 2012, ad esempio,  in pieno periodo di Ramadan, un’enorme manifestazione nella capitale ha contestato e fatto ritirare una
proposta di Nahdha, il  partito moderato islamico,  di introdurre nella nuova costituzione il concetto di complementarietà della donna nei confronti dell’uomo, emanazione di una lettura letterale del Corano. 

E ancora: l'episodio della giovane violentata da due poliziotti alla periferia di Tunisi e inizialmente accusata di “oltraggio al pudore” perché sorpresa in auto con il fidanzato, ha mobilitato migliaia di donne e ha portato al ritiro delle assurde accuse nei confronti della ragazza e alla condanna e al carcere per i due violentatori. La ragazza ha avuto anche il coraggio di apparire, a volto coperto, in una trasmissione televisiva in cui ha narrato la sua vicenda: una prima assoluta nella storia della televisione nazionale. 

Non è un caso poi se sia stata una giovane universitaria, Khaoula Rchidi, l’unica ad aver avuto il coraggio di affrontare un fondamentalista che aveva sostituito la bandiera tunisina con il drappo nero salafita sul tetto dell’Università della Manouba. 

E davanti ai tribunali militari sono sempre loro: madri, mogli e sorelle delle vittime della rivoluzione che ormai da quasi due anni reclamano giustizia e verità per i loro cari. Come Fatma, la madre di Ahmed, freddato a Tunisi nel gennaio 2011 da un cecchino, la quale ha chiesto pubblicamente al presidente della Repubblica Moncef Marzouki di togliersi dal bavero della giacca la medaglietta con l’immagine di suo figlio, poiché ancora a oggi il governo non è stato in grado di dare risposte su quell’uccisione. 



Come non citare poi  l’ostinazione delle madri dei ragazzi dispersi all’indomani della loro fortunosa partenza per Lampedusa e dei quali si è persa ogni traccia su entrambe le sponde? Ancora non si rassegnano e chiedono conto sia della sorte dei loro figli che delle politiche migratorie dei due paesi. 

La Tunisia sta attraversando il momento più difficile del periodo post rivoluzionario e il suo superamento dipende da tutti, governo e opposizioni. E l’esempio di Basma Khalfaoui deve dare un nuovo coraggio, una nuova spinta, un nuovo impulso a tutti i tunisini. Le donne, loro, già lo sanno.

11 febbraio 2013

SIAMO UOMINI NON SUPERUOMINI..... E RATZINGHER MANDA IN SOFFITTA IL DOGMA DI PIO IX





di Grazia Gaspari 

C‘è chi nella storia dell’ultimo secolo di Santa Romana Chiesa è rimasto famoso per aver voluto un Concilio come papa Giovanni; chi per aver interloquito con i terroristi delle Brigate Rosse per la salvezza di Moro, come Paolo VI; chi per aver avuto un pontificato brevissimo, come papa Luciani; chi per essere venuto da oltre cortina, aver avuto un lungo pontificato ed essersi preso addirittura una pallottola in San Pietro, come Giovanni Paolo II. 

Papa Ratzingher in questa galleria di glorie volute e non volute, di accadimenti drammatici, di tiri mancini del destino, ha rischiato un pontificato di basso profilo. Dismessi i panni del grande teologo dei tempi della Congregazione della Fede, la tunica bianca non è riuscita a tradurre in evidenza pratica la sua visione filosofica e spirituale. 

Comprensivo, serio, coerente e sensibile non ha impresso il proprio colore al pontificato, anzi, stava rischiando di essere sovrastato dagli intrighi e dalle dinamiche del palazzo, uno su tutti, il caso del banchiere, suo caro amico, Gotti Tedeschi . 

Con le dimissioni, Benedetto XVI ha surclassato tutti i suoi predecessori ed è sicuramente al primo posto nella high parade dei papi più famosi. Ironia a parte, nessuno prima aveva messo in pratica un atto del genere. “Cocciuto” come un vero tedesco, non deve aver dato ascolto a nessuno. 

Le sue dimissioni aprono la strada a innovazioni che potremmo definire “rivoluzionarie” per l’ambiente … a partire dall’abbassamento dell’età pensionabile (attualmente 80 anni per i cardinali) che è costata una serie infinita di polemiche e di grossi malumori all’interno delle gerarchie, al ringiovanimento di apparati e funzioni. 

Ma non si tratta solo di innovazioni diciamo così amministrative, quanto di innovazioni dottrinarie di non poco conto. Fino ad oggi, infatti, nessun pontefice, nemmeno papa Giovanni, aveva messo mano al dogma dell’infallibilità del papa proclamato da Pio IX. Dogma che stabilisce la superiorità assoluta del pontefice in ordine alla dottrina e dunque all’impossibilità di criticare o modificare direttamente i decreti papalini. 

Si tratta di un dogma che è costato molto al Vaticano, basti pensare ai problemi con le chiese evangeliche per non parlare del dialogo con le altre religioni, in primis quelle monoteiste. Un dogma che ha pesato e pesa come un macigno e che ha causato un’emorragia continua di consensi tra fedeli e tra fedeli e teologi, non ultimo il caso di Hans Kung. 

Benedetto XVI poteva rimanere e delegare ad altri o all’apparato, come hanno fatto i suoi predecessori, parte del suo potere … invece ha preferito lasciare.
  

“… Nel mondo di oggi – ha detto papa Ratzingher - soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice". 

L’annuncio ha colpito il mondo intero. Nessuno o pochi hanno capito il suo gesto, la sua rinuncia. Si percepisce solo che l'atto è, come lo definisce lo stesso Benedetto XVI, “grave”. E allora perché non affidarsi a Dio, allo Spirito e concludere la propria esistenza su quello scomodo scranno che lui stesso aveva accettato non più giovanissimo? 

Non voglio lanciarmi alla ricerca dei perché o del per come, al momento si rischia solo di dar corpo alla fantasia personale, tuttavia non si può fare a meno di notare oltre al gesto rivoluzionario dell’ecclesiastico, il sano realismo dell’uomo e del teologo: lo spirito opera attraverso le persone e la legge di causa effetto, nessuno ne è immune, nessuno è al di sopra … papa compreso: transeat gloria mundi … tempus fugit.

09 febbraio 2013

Oltre un milione di persone ai funerali di Belaid. Manifestazioni anche in Italia







Un servizio dalla Tunisia di Patrizia Mancini



Appresa la notizia via telefono da un compagno italiano che come me vive qui, le prime immagini che mi sono venute in mente sono state quelle delle bambine di Chokri e Besma che giocano nel giardinetto della nostra casa a Bou M’Hel. 

Non c’è stato nulla di politico nella mia prima reazione, ma molto di personale e quindi più doloroso e lancinante. Così come l’immagine di Chokri, un fascio di giornali sotto il braccio, che esce dal portone della sua precedente abitazione al centro di Tunisi. Più tardi, sull’avenue Bourghiba, con le lacrime agli occhi e in mezzo a migliaia di tunisini scesi in strada per urlare il loro sdegno e la loro rabbia, il dolore si trasforma in un’angosciante consapevolezza della gravità del momento e delle conseguenze che quest’assassinio politico potrà avere sulle sorti del paese. 


L’hanno aspettato all’uscita di casa, in due o in quattro, ancora non è certo, quindi del tutto appurata la premeditazione e la precisione dell’intento omicida. Se gli italiani conservano nella  memoria un lugubre e lungo elenco di omicidi fascisti o mafiosi, altrettanto non si può dire del popolo tunisino che per la prima volta (l’assassinio di Farhat Hachad, leader anticolonialista e fondatore del sindacato tunisino fu opera della Main Rouge, un’organizzazione terrorista francese) si trova di fronte ad un fenomeno del genere. 

Di questo soprattutto si parla sul viale, mentre arrivano a centinaia gli studenti che hanno abbandonato spontaneamente gli edifici scolastici e le aule universitarie per unirsi al resto dei manifestanti, di fronte al Ministero degli Interni. Arrivano anche le notizie di attacchi alle sedi del partito Ennahdha a Sousse, a Beja e in altre città. Le reazioni a caldo, infatti, sono dirette contro il principale partito di governo che ben poco ha fatto da quando è al potere per tenere unito il paese e per contrastare l’ondata di violenza politica che ormai da troppo tempo attraversa la Tunisia, rendendo arduo il processo di democratizzazione. 

Se di fatto  la dinamica conflitto-repressione delle lotte può ritenersi simile a quelle in atto in altri  paesi  cosiddetti  democratici, i contrasti fra le diverse fazioni, l’insulto,  l’aggressione fisica e verbale del “nemico” arrivano spesso al parossismo e a gravi conseguenze, così come è accaduto a Tataouine qualche mese fa in cui lo scontro fisico fra membri della cosiddetta Lega per la protezione della rivoluzione ha portato al linciaggio e alla uccisione di un leader regionale di Nida Tounes, principale partito dell’opposizione a Ennahdha. 

Ma è proprio  di questo che si discute sull’avenue: del salto di qualità che è stato compiuto per quanto concerne l’attentato a Chokri Belaid, un cambiamento della strategia  che mette semplicemente i brividi. Ma che porta anche ad interrogarsi sui mandanti dell’uccisione del leader comunista. 

La commozione e la rabbia sono ancora troppo vivi perché la lucidità dell’analisi prenda il sopravvento. Di certo, tutti pensano che la responsabilità politica e morale sia del governo della troika, in particolare del partito islamico Ennahdha che, da quando è al governo, ha applicato la linea del laissez faire nei confronti dei sedicenti comitati per la protezione della rivoluzione e non ha mai contrastato seriamente, tramite l’azione dei ministeri competenti (Interni e Giustizia), l’azione delle frange più violente del proprio partito o delle correnti salafite.

Mentre ipotesi più fantasmagoriche sui mandanti  si fanno strada fra i gruppetti che discutono  (Mossad, i servizi segreti siriani, Nida Tounes, Ben Alì) nel primo pomeriggio arriva l’ambulanza con la salma di Chokri Belaid e Besma, sua moglie e compagna di lotta, saluta con il gesto della vittoria le migliaia di persone presenti. 


Ma la polizia carica la folla e i lacrimogeni arrivano a colpire anche l’ambulanza, mentre gruppi di giovani si preparano alla battaglia contro la polizia col materiale disponibile sulla stessa strada: transenne, filo spinato divelto dalla cinta dell’Ambasciata francese, sassi e bottiglie di plastica. Ho visto la polizia tirare i lacrimogeni ad altezza d’uomo che solo per caso non hanno fatto feriti. E gli scontri si sono spostati per tutte le viuzze laterali fino a la place Barcellone, di fronte all’ambasciata italiana e da lì all’interno della stazione ferroviaria, fin sui binari da dove nessun treno per la banlieu sud è partito. 

Colonne di persone a piedi (fra cui io e mio marito) si sono dovute dirigere a piedi verso la cintura esterna di Tunisi per cercare un mezzo di trasporto e rientrare a casa. Dal taxi che fortunosamente abbiamo trovato,  per chilometri abbiamo visto donne e uomini a piedi dirigersi verso sud e a Djebel Jelloud la strada era bloccata da un barrage di pneumatici in fiamme . Questo infatti  è il villaggio poverissimo in cui la famiglia di origine di Chokri Belaid si era trasferita  dalla  regione di Jendouba,  il villaggio che si ribella, che protesta, che si indigna. Come tutta la Tunisia.